per Michael McIlvbe
un caro "grazie" a Riccionascosto per la correzione e formattazione del testo
Mi spiace,
Questo post sarà tutt’altro che breve e fluido. Saltatelo a piè pari, se volete. A piè pari come quelli del protestante che è saltato sulla faccia di Michael McIlvbe, svenuto per terra dopo essere stato assalito dal protestante di cui sopra e da altri quattro protestanti con mazze da baseball a Ballymena, mentre tornava a casa con la pizza presa al takeaway (dal sito del corriere). Domenica sera ero anche io a Ballymena, a mangiare nel solito pub in cui mi fermo sulla strada del rientro dalle Giant’s causeway. Ero anche io lì, con in pieno metabolismo una strana sensazione. Belfast, nel bene e nel male, mi è entrata nel cuore. E camminando per le strade del centro e andando al cimitero, camminando nelle strade battute dal turismo mi ero illusa che tutta la violenza fosse quasi ormai storia. Sai, è facile pensarlo quando ti fermi a dormire a Belfast in zone miste.
E poi prendi un black taxi, ignara di quel povero Michael e quando il taxista intuisce le tue simpatie ti porta nel giro più devastante di Belfast che tu potessi immaginare. Arrivo a Belfast per la terza volta, dopo aver letto un sacco, dopo aver studiato un sacco, dopo aver nutrito e creato nuovi pregiudizi e miti. Arrivo a Belfast con il mio zaino pieno, un bagaglio ingombrante, che però diventa piombo quando mi aggiro per le strade protestanti cercando di capire cosa ne sia di Ardoine road. Mi colpisce come un pugno allo stomaco la sua frase “no, io in quella strada non ci vado e tendenzialmente sono molto pochi ad andarci”. Ardoine Road è la strada protestante che ogni settembre finisce sui telegiornali italiani con le immagini della sfilata di bambine in divisa verde che camminano piangendo e urlando perché bersaglio di lancio di pietre, bottiglie, insulti e ingiurie da parte dei protestanti. Il mio taxista cerca anche di spiegarmi come sono nate le cose. O almeno la versione che lui ritiene essere quella in cui sono andati I fatti. Scopro con dolore che questo è il brutto di Belfast. Qui non puoi credere. Non puoi credere alle persone, non puoi credere a quello che vedi, non puoi credere al Dio che fa parte delle tue origini. E questa cosa l’ho vissuta come una violenza estrema. Io, che nonostante tutti i miei pregiudizi, nonostante tutte le mie passioni che si trasformano anche in violente emozioni, rancori e rabbie sono ingenuamente portata a credere.
E così vedo Il muro. La peaceline. Una terza volta, ma questa volta con occhio diverso. Dopo aver visto che solo tre anni fa hanno dovuto erigerne un’estensione perché le case, che pure si erano chiuse dentro gabbie dal lato del muro, venivano offese in continuazione da esplosivi di tutti i tipi. E io ero andata lì per portare fiori sulla tomba di Bobby Sands, perché ho pianto leggendo di come è morto e perché piango pensando agli altri Hunger Strikers.
Visto che questo post é lungo e probabilmente lo leggerano pochissimi, vi dico che per una come me, dal passato in cui disturbi alimentari ce ne sono stati, dalla pericolosa anoressia alla pericolosa bulimia passando per un fragile equilibrio arrivando ad oggi, è terribile leggere di eroi che hanno deciso di smettere di mangiare. E non perché sono stupidi come lo sei stata tu, ma perché credono in qualcosa, credono davvero di poter migliorare il mondo di quelli che amano, ma in fondo di tutti, mettendosi in gioco completamente.
Io sono stata senza mangiare per un mese, una volta.
Adesso, quindici anni dopo, posso dire che ho fatto una fatica enorme a saltare i pasti del 5 maggio in memoria di Bobby Sands. Il corpo ti grida la sua rabbia quando non mangi. Poi subentra una sorta di delirante euforia, di senso di superpotenza. Perché se controlli il tuo corpo ti senti più forte. Poi il fegato ti fa male, poi inizi a sentire dolori alle reni, lo stomaco ad un certo punto nemmeno lo senti più. Poi fai fatica a fare le scale a correre per prendere il tram, ma queste cose i miei dieci ragazzi non le potevano fare. Perché erano prigionieri di un sistema che ha sempre favorito e continua a farlo, la capacità offensiva dei protestanti contro i cattolici. E poi la scintilla genera la follia collettiva e le case in gabbia sotto la peaceline. Ci sono 35 peaceline in Irlanda del Nord. 26 di queste sono a Belfast. E d’improvviso, Sabato (ignara di quello che sarebbe successo) ho smesso di sentirmi sicura per la città. Ho smesso di sentirmi protetta per il semplice fatto di essere una turista che sorride al mondo che le si presenta davanti.
Qui il mondo ha la faccia contorta da un ghigno folle.
E così Domenica, a spasso nella contea di Antrim, sulla via della Giant’s Causeway, ti fermi dove c’è una mostra sugli hunger strikers. Compri la maglia commemorativa del 25mo dello sciopero della fame e chiedi di poter andare nello stanzino attiguo a cambiarti ed indossarla subito. Sei orgogliosa di questo e chiacchieri del gaelico, della storia, e ti regalano dei libri. Perché la passione e la conoscenza vengano alimentate. E non ti chiedono soldi per questi, nonostante siano a pagamento. E ti chiedono di fermarti con loro per il pranzo e il concerto, ma dici che stai andando con amici alla Giant’s e allora i loro visi cambiano, si contraggono e senza sorriso ti chiedono per favore di ricambiarti, non puoi andare verso Bushmill, Portrush con quella maglietta. Correresti dei rischi, sono aree fortemente loyaliste, e senza perdono. Puoi camminare tranquilla qui, vai dove vuoi,ma cambiatela prima di lasciare il paese. Cambiatela, per favore. Il suo tono mi spaventa e le chiedo, sorridendo, ma io sono una turista, si vede lontano un miglio che non sono irlandese, perché dovrebbero farmi del male?
“Potrebbero farmi del male?”
“Certo che potrebbero fartene e ti prego di non rischiare.”
La dolcezza torna negli occhi della donna, che parla ad una sciocca che crede ancora che queste zone siano sicure per lei, solo perché le ama. E allora continui a vedere la mostra con un peso sul cuore, con un senso di fragilità e debolezza che ti pervade. E piangi davanti alla foto di Francis Huges durante la sua cattura. Piangi perché il tuo eroe è impotente in quella foto. E’ solo un ragazzo. Un bel ragazzo, con i capelli mossi e tanto belli che ti verrebbe la voglia di affondarci le mani dentro, con degli occhi così puri e così pieni di consapevolezza e coraggio che con lui ti sentiresti sicura anche circondata dai lupi. Ma il lupo nero, travestito da governo ingiusto, da una corona che fonda la relazione con questa colonia sulla menzogna e sull’abuso sistematico non lascia spazio al buon senso. Tutto diventa tetro, tutto diventa cupo, tutto diventa inondato di lacrime. Come quelle di rabbia e dolore che adesso solcano il mio viso. Vorrei qui Gerry Adams, vorrei che mi desse delle risposte, vorrei che mi dicesse che questo non andrà avanti a lungo, che di Michael per strada non ce ne saranno più.
E magari me lo direbbe anche, ma il problema è che siamo a Belfast.
E a Belfast non è permesso credere.